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Non servono eroi… Heal The World

La vita è salite impervie e discese ardite. L’essere vogliosi di affrontarla non ci rende eroi , ci rende fieri partecipi se la condividiamo con gli altri. La nostra missione deve restare quella di aiutare a costruire un mondo migliore.  Regaliamo perciò un sorriso per queste festività, facciamolo con semplicità, quella che ancora ci appartiene. Tanti Auguri a …

Tuteliamo i piu’ giovani.

CATANZARO – Una società fortemente evoluta che proietta nel mondo adulto le vite subito, nei momenti piu’ delicati. Quelli in cui bisognerebbe ricevere insegnamenti su comportamenti e modi, su princìpi e valori da imparare a difendere.

Esistevano soprattutto nel passato, e sicuramente esistono ancora oggi , forme di sfruttamento e di violenza che hanno segnato le vite dei giovani. Imparare a ad usare armi od a subire e dare odio, rappresentano lo specchio di un mondo inutile che guarda strettamente al proprio ego ed al potere.

Ma anche altre sono le forme di strumentalizzazione che i bambini o ragazzi possono subire.

Precocemente social, precocemente informatizzati, si diventa d’un tratto tuttologi, basta saper fare il doppio click su uno schermo.

A quanti sarà capitato di “meravigliarsi” che un bambino sappia usare lo smartphone per cercare … che so’…. la galleria fotografica….”WOW stupore! Genio!!”.

Talvolta questo tipo di capacità permette al genitore di garantirsi due minuti di svago in piu’, rappresentando quindi un grosso vantaggio solo per l’economia del proprio ego. Si perchè penso che questa situazione non sempre rappresenti un’esigenza, ma un escamotage continuo.

Resto obiettivo, non sono ancora parte in causa e non voglio rischiare di sentirmi fare domande tipo “facile parlare per te che ancora non…”.

Ritengo altresì che per avere dei ragazzi “future menti” non sia solo sufficiente insegnargli a trovare un escamotage ad ogni situazione di vita, un alibi per sviare. Si insegna la tutela come difesa.

Lasciare l’ometto a smanettare dietro ad un video od altro, molte volte “insensato”, serve solo a fargli perdere qualche neurone. Così come da piu’ grande dirgli che necessariamente se la deve sbrigare da solo non puo’ funzionare a prescindere.

Sono stato abituato a giocare con le cose piu’ inutili che mi permettevano comunque di creare un’interazione attiva , con gli stessi oggetti o con chi giocava con me.

Abituato a fare le ricerche con una mega enciclopedia , facevo i riassunti. Avevo orari per fare qualcosa e orari per farne altro. Andare a catechismo alle 3 del sabato , a rientrare all’ora x, uscire con un gruppo dove c’era un responsabile adulto che per me era il capo a cui dovevo ubbidire in quel momento(ACR , parroci, catechisti, professore di musica, associazioni). Rispettare la mia maestra di scuola senza se e senza ma e anche se sbagliava lei, anche se i miei ne discutevano con lei, io avevo comunque “torto”.

Conosco altri amici che hanno condiviso con me determinati periodi e che al contempo hanno vissuto altre esperienze (scuole calcio, scuole ballo) dove comunque fin dall’età infantile c’era un maestro da seguire , delle regole da recepire ed attuare.

Crescendo ho avuto di incontrare e riconoscere altri “nuovi capi ” da cui penso di aver imparato a diventare prima un buon gregario, poi ad aggiungere un’idea , poi  un pensiero da esprimere e quindi un’opinione. Fino a sentire anche io l’esigenza di avere delle responsabilità, dirette od indirette, ma responsabilità. Perchè quando fai parte di un gruppo tutti hanno delle responsabilità , anche nel rispetto dei ruoli. Al contempo ho imparato a riconoscere chi era sulla mia stessa direzione e chi no.

Questa vita social ed indiretta porta invece i ragazzi a non “sapersi” avvicinare al mondo. Mondo in cui prevale la cultura dell’odio e del sapersi far rispettare a tutti i costi, ma senza princìpi. Mondo dove  anche la cultura del silenzio , talvolta, sarebbe una medicina importante per imparare ad osservare e riflettere. Mondo che ti addita senza difenderti mai.

Si dissemina odio e sapienza a tutto tondo. Senza illustrare strade e progetti per il futuro ma predicando le “compagnie  da frequentare”. Rimandando ad analisi refrattarie gli argomenti ,  senza insegnare come affrontare una questione, un problema , quali sono i ruoli di questa società che, giusti o sbagliati, devono essere comunque riconosciuti. Ruoli e persone che umilmente devono dimostrare di mirare nella stessa direzione della società dei piu’ giovani.

Riscontro che, gia’ rispetto alla mia fascia di età, si è creato uno scollo generazionale amplificato dalla velocizzazione della vita. Perchè si è pensato al futuro materiale e non alle menti.

Constato che veramente oggi si impara tutto da soli e senza contributi “sinceri” altrui,  perchè pochi o nessuno pensano a chi verrà dopo e soprattutto nessuno vuole perdere la propria visibilità a favore di chi ci mette l’entusiasmo e la voglia di fare. Tanto piu’ globalizzato, il mondo è diventato incerto e veloce, ma si va a scontrare con chi ancora cerca il suo protagonismo … arretrato e scaduto ai piu’.

Per questo ai giovani bisogna insegnare una nuova strada: quella della tenacia, quella delle piccole soddisfazioni, quella di dire c’ero anche e ci devo essere perchè ci siete anche voi.

Far sentire loro la responsabilità del futuro e quindi l’importanza della loro presenza nei vari contesti dell’oggi, per imparare a dare il meglio ed imparare a scegliere ragionando.

D’altronde sappiamo tutti che stare in panchina o in campo non risolve sempre i problemi della società , conta esserci sempre ed aver imparato qualcosa da ogni giornata utile.

E’ importante distinguere il mondo sociale dal mondo social-virtuale. Oltre l’uscio ci sono tante piccole cose da scoprire e condividere con un sorriso o un pianto veri e da cui imparare.

Cerchiamo prima sui libri e nella vita il nostro futuro, poi sui motori di ricerca. La società è di tutti, nostra e dei giovani.

Tutela non è difendere ma proteggere. Tutelare è  insegnare a non vivere di alibi.

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Serene Festività.

CATANZARO – Rammento in questi giorni di festa , raccolgo i miei propositi, rileggo l’anno trascorso. Penso ai punti critici e alle mie debolezze. A volte mi vedo piu’ forte , a volte mi sento indebolito, a volte consapevole di vivere una società che tende talvolta a schiacciare ogni presunzione di sogno e non arrendevolezza che ciascun giovane puo’ avere per immaginarsi il suo futuro, sentirsi realizzato, valorizzato, accettato in una società fatta da persone che hanno vissuto e da quelli che devono per forza essere capaci di ritagliarsi lo spazio.

Giovani che scelgono di prestare la propria professione in Italia o all’estero, un pò per scelta, un pò per opportunità. Andare fuori o restare rimarrà sempre il dubbio su cui i piu’ arguti mestieranti giocheranno , perchè in fondo in base alla massa delle scelte si potrà creare piu’ o meno spazio a loro disposizione, una migliore garanzia di padronanza.

Il garantismo in alcune situazioni puo’ scongiurare l’essenza del cambiamento. In fondo siamo tutti garantisti: di una fede, un’ideologia, la squadra del cuore, la famiglia, la Costituzione, i figli.

Salvo poi sentirci capaci di sconfessare il tutto nella nostra coerenza , o incoerenza se volete, quotidiana. Dal parcheggio in doppia fila, alla massificazione dei mali del mondo, dalle critiche continue, alla mancanza di responsabilità, al tradimento dei valori. Rifletto che talvolta diventa garantismo soltanto la voglia di sentirsi autonomi rispetto ad una vita che corre veloce , a giornate che scorrono insieme alla velocità di informazioni, persone, chat di cui siamo invasi e che ci rendono difficile il dominio del tempo. Altresì altri si sentono garantisti di un mondo che ha permesso loro di dominare oltre al tempo anche la temporalità della vita.

Ho condiviso con alcuni colleghi un messaggio di riflessione , il mio ricordo di Berlino. Città moderna e senza scrupoli. Città capace di rappresentarti in tutta la sua estensione la sua funesta storia ed il suo vincente presente. I resti del muro, i palazzi del potere, i campi di esibizione , sono diventati cimeli di un ricordo da cui è nata una città splendida, moderna e fiera.

Ho avuto il piacere di conoscerla in un periodo allegro per la Germania tutta. L’anno dei mondiali 2014. Ho vissuto quelle piazze in festa con monitor ovunque al grido di TOOR. L’Argentina fu battuta 1-0 in finale, c’erano maglie bianche ovunque. La Berlino multietnica , quella della metropolitana senza tornelli, quella delle birre nella tasca posteriore dei jeans alle sette di mattina , quella dello spazza rotaie del tram, delle piste ciclabili (e guai a camminarci a piedi) , quella che i suoi musei e le sue aree mercatali ti lasciano a bocca aperta.

Lì ci stava anche Fabrizia qualche giorno fa, nel brutto giorno pre-natalizio, si stava preparando per ritornare dalla sua famiglia. Lì ci viveva consapevole di un’opportunità, a mio avviso era una garantista del rispetto e vogliosa di mettersi alla prova, per la sua professionalità, la sua vita, la sua famiglia.

Era quasi una mia quasi coetanea, non la conoscevo, ma sicuro mi ha insegnato a riflettere per lei e per chi come lei si trovava su quella strada, nel posto giusto (Berlino), ma nel momento sbagliato.

Il mio augurio per tutti  è di riflettere maggiormente su determinate circostanze che la vita ci presenta, diventare consapevoli di quando è il proprio momento di intervenire, assumersi una responsabilità, essere garantisti ma complici delle esigenze di cambiamento che ci porta a vivere la vita. Capire cosa è veramente la felicità e saperla trasmettere , vivere la propria libertà rispettando quella altrui, rispettando i tempi e le esigenze altrui, correre con la società ma non esasperarne i contenuti. Essere propositivi e darsi un termine. Garantire il rispetto.

Viviamo tutti un Sereno Natale, credenti o non, arricchiamo sempre i nostri propositi per il nuovo Anno, ma anche soltanto per il nuovo giorno che verrà.

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SI’ o NO: solo scontro generazionale

CZ – Gentile Presidente, Ritengo personalmente di avere le idee abbastanza chiare in proposito ma rimango preoccupato , talvolta basito, dall’evidente scontro generazionale in atto sul tema referendum costituzionale.

Di base mi ritengo un  garantista, riconosco l’esistenza e la necessità di esistenza di partiti, organizzazioni aziendali, rispetto dei ruoli , delle regole e di tutto quello che serve e garantire la vivibilità di cittadini e lavoratori. Forse questo nasce in me solo da un aspetto educativo familiare, forse nasce semplicemente dalla ricerca dei riferimenti certi su cui costruire la vita.  Mi rendo oggi conto che tale approccio non è sintomo di insicurezza,cosa che forse pensavo da ragazzino, ma tutt’altro.

Ho imparato col tempo che ci sono situazioni e persone di cui è meglio stabilire da subito se metterli nella tua “quadra” piuttosto che no . Mi va di costruire e non di ricostruire ogni giorno, anche se da ricostruire puo’ essere soltanto un’opinione.

L’Italia è abituata sicuramente ad un metodo di costruzione, quello “imparato” dopo il referendum del ’46 , dopo la costituzione del ’48 e concretizzatosi per tutti in particolare negli anni boom economico  del ’70/’80 , che ha radicalmente cambiato le abitudini e soprattutto la mentalità. Si è passati da una realtà agricola e terziaria ad una realtà industriale ed impiegatizia.

Chiamasi progresso , bello, stupendo , ma gli aggiungo i “se e i ma”.

Se tutto fosse stato lineare , se fosse stato garantito il rispetto delle regole, se fosse stato rispettato il vero bisogno dei cittadini. L’eccesso di progresso ha forse provocato la nascita di intrecci continui tra le istituzioni , l’industria ed i cittadini, tramutatasi nel tempo in un continuo clima di scambio : di aspettative e di bisogni, di campagne elettorali infinite , di ricerca di alternative alle regole . Stallo che ha fatto perdere al popolo la certezza. Perdere la certezza vuol dire perdere quel garantismo, necessario per favorire la crescita vera di uno Stato, basata sul giusto e non sugli eccessi di giusto, sul rispetto delle regole e non sull’aggirarle per trovare la soluzione, sulla ricerca di onestà e soprattutto onestà intellettuale.

Perchè quando si aggira continuamente la regola del merito e del giusto, si crea continuamente un precedente, un’attesa continua , un NO che viene dopo un SI’ … ed il NO non viene mai accettato da nessuno perchè significa privazione in senso assoluto e non ci sarà giustificazione che tenga ad ammorbidirne il significato.

E’ da quegli anni che parte il boom vero, quello che arriva fino al popolo , che accresce il livello di ricchezza di tutti creando veramente i ceti alto, medio , basso(con il basso comunque degno di un medio). Da quegli anni che parte anche , silenziosa, la netta separazione tra i ricchi e i poveri. Perchè se il ricco, il potente, si concede in maniera smisurata un motivo pur ci sarà. Tipo quello di garantirsi un maggior diritto , un maggior potere , il giusto osanna a chi dice sempre SI’. Un do ut des che ha creato un garantismo di alto livello, custodito nel basso.

Perchè lo Stato non puo’ approfondire gli eccessi di chi garantisce il potere ed al contempo anche il cittadino non sopporta che tale situazione possa fargli perdere il diritto di un diritto.

Porto ad esempio, la situazione ILVA su Taranto, un’industria che siderurgica che ha dato da mangiare per decenni ai tarantini ma non solo a loro… E’ andato bene tutto a tutti fino a che , purtroppo , non ci sono scappati i morti. Non poteva che succedere questo, quindi lo Stato si è trovato , alla fine dei conti, di fronte a due vie : chiuderla o chiedere un forzato adeguamento alla famiglia Riva. Fino a dove puo’ arrivare la richiesta di forzato adeguamento se per anni si è sottaciuto sugli aspetti sicurezza e rispetto dell’ambiente col fine di garantirsi il potere? Perchè mi immagino anche le risposte dei proprietari degli stabilimenti : “io sto bene, oltre questo non faccio, ho l’alternativa : chiudo e investo in Albania” .. E il lavoro?

Qualche giorno fa mi soffermavo sul pensiero di Scalfari e Zagrebelsky, grazie ad un amico. Due veterani del ‘900 italiano. Due teste erudite dell’italica storia. Due che sanno come funziona il mondo e , a modo loro, sanno della storia dell’Italica. Entrambi focalizzavano sui concetti di “democrazia” e “oligarchia”. Sono passati dal dizionario all’applicazione pratica . Hanno concluso, ritengo di “comune accordo”, che in campo pratico il problema non sono i termini ma i modi. Il concetto di “democrazia” è stato realmente adottato dagli Stati solo nel momento del bisogno. Per l’Italia post guerra è calzato a pennello. In quello stato di esigenza si sono seduti al tavolo di scrittura della Costituzione e si sono turati il naso alla meglio per garantire la partenza dell’Italia e delle esigenze del popolo. Ma qualcuno aveva il raffreddore quindi ha fatto meno fatica a turarsi il naso. Passato il malanno ha iniziato a ricordare ai presenti i suoi vecchi acciacchi , quindi le regole sono iniziate a cambiare fino ad oggi, allo scontro quasi generazionale. Dico quasi ma per me è totale , perchè le generazioni dei nostri padri, ci hanno dato tutto e fatto vedere il meglio, ma forse non ci hanno insegnato a vivere le difficoltà. Forse perchè loro stessi sono stati illusi dalla realtà “virtuale” che hanno vissuto per decenni creando la stessa illusione a molti di noi, altro che democrazia.

Oggi il ricco (medio-alto) scappa,  il povero ha perso i punti di riferimento, il potente è potente e te lo ricorda ogni qual volta si siede al tavolino. Ha dentro di sè la capacità con tre parole di farti la regola napoleonica dell’essere “breve e oscuro”. Perchè a loro bastava un cenno del capo. Perchè specificare troppe cose nelle leggi è un problema per chi comanda. Perchè contrapporsi o semplicemente dimostrarsi proteso e propositivo ti fa , in fondo davvero diventare, indisponente, arrogante, rompipalle. Perchè purtroppo oggi amministrare è diverso che fare opposizione ed il cambio di passo lo devi fare quando amministri altrimenti affossi la tua gente .

Di fondo i concetti di “democrazia” e “oligarchia” sono altra cosa rispetto ai vocabolari , oggi serve cambiare e non buttarsi fango addosso… è uno scontro generazionale e i potenti hanno da subito capito a quale seggiola avvicinarsi.

Scritto di getto . D.

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L’importanza del capitano

CZ – Inizio questa sezione con il termine su cui rifletto da qualche tempo : capitano.

Storicamente appellativo attribuito a grandi condottieri , nello sport è il giocatore responsabile della disciplina dei suoi compagni di squadra durante lo svolgimento di una partita…che ha maggiori possibilità di vittoria e a cui si affida una squadra (cit Treccani). 

Ho scritto altrove che sono uno sportivo (da poltrona ovvio) per cui era ovvio avvicinare questa definizione per  “tradurre” la mia riflessione.

A guardarsi intorno oggi il capitano di oggi è da attribuirsi più ad una figura retorica che ad un concreto trascinatore. Si , insomma, quella figura che la devi segnalare per forza all’arbitro perchè prevista dal regolamento.

Eppure, nella globalizzata era dei webeti , il capitano dovrebbe essere come nella definizione sportiva della Treccani , colui che è il responsabile della disciplina e della buona resa di una squadra, chi ti porta alla vittoria, chi urla e trascina i compagni, chi sta attento ai problemi del suo contesto.  Al capitano di oggi non è richiesta una competenza troppo approfondita della sua disciplina se non quanto le qualità per guidare un gruppo eppure nel contesto politico , sportivo , sociale italiano si denotano latenti queste figure.

Così come nel ciclismo quel capitano potrebbe essere da sè soltanto un buon fondista, un buon scalatore, un buon cronometrista, riuscendo a raggiungere comunque il posto piu’ alto possibile della sua corsa a tappe. sfruttando al meglio la voglia e l’impegno dei suoi gregari.

Siamo tutti acerbi commentatori poco attenti e riflessivi , probabilmente egoisti indotti, forse poco orientati a partecipare e condividere se non su un post social o su un hashtag. Cerchiamo poco i capitani e forse cerchiamo di non nominare quelli giusti perchè attenti a non farsi superare.

L’immagine di Xavier Zanetti in home non è un caso, avrei messo quella di Paolo Maldini fossi stato milanista , quella di Gaetano Scirea fossi stato juventino.

Gente che sa quando intervenire, che ha accettato schiaffi in pubblico , che si è fatta da parte silenziosamente pur avendo ragione , che ha messo i suoi gregari , la sua squadra , davanti a sè e alle sue aspettative. Un giorno vorrò diventare capitano, nel frattempo seguo quello che più mi ispira, dispiaciuto per chi a mio avviso non lo rappresenta .

 

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