Siamo in un periodo storico tra i più gravi della storia recente, a mio avviso. Un periodo privo di buonsenso e di educazione, pieno di slogan vuoti lontani dalle esigenze delle persone. Cresce l’incertezza e l’unica certezza dei cittadini è riuscire ad arrivare alla fine del mese, sperando di non incorrere in improvvise necessità a cui non è possibile trovare una soluzione.

Non è una questione nazionale, è una crisi che abbraccia il mondo intero e coinvolge governi, amministrazioni locali, aziende e società su scala globale. Appare un sistema orientato a tutelare regole e poteri formali, spesso distanti dalla vita quotidiana, valorizzare l’”io” e l’apparenza, creando asservimento e accentramento di potere verso chi dirige e, al contempo, sempre più incapacità di agire e reagire, passività e isolamento in tutti gli altri.

Francamente dalla globalizzazione mi sarei aspettato altro.

Nel 2025 il livello culturale è certamente molto salito rispetto a 20/30 anni fa, con esso la capacità di discernimento delle persone, di movimento, di azione, di riflessione. Ci sarebbero quindi tutte le condizioni per creare prospettive differenti, sfruttando la maggiore apertura mentale di tutti, migliorando la discussione e anche la qualità del dibattito.

Forse è questo aspetto che spaventa molte figure apicali.

La paura di essere messi in discussione da chi possiede pragmatismo, carisma o semplicemente tranquillità e disinteresse li porta a dover alzare continuamente i toni, a crearsi intorno un alibi costante, rappresentarsi come vittima per ogni circostanza possa sfuggire al controllo.

Si confonde la popolarità del momento con l’immortalità, nasce l’esigenza compulsiva di dover dire per forza l’ultima parola, su un qualunque argomento. Si pretende il pensiero unico perché si è certi di non riuscire a gestire critiche o discussioni obiettive.

Che poi le critiche sono sempre esistite. Sono sempre esistite le scelte, giuste e sbagliate, e sempre sono state o meno condivise, sono sempre esistiti gli avversari.

Si pensa che l’autorità, intesa come atteggiamento e non come ruolo istituzionale, sia equivalente di carisma. Ma il carisma è altro.

Il carisma non è voglia di primeggiare ma la capacità di farsi seguire, la capacità di mantenere la propria strada favorendo che anche gli altri possano percorre la propria. Il carisma sono condizioni innate e naturali che portano a diventare un leader o parte riconosciuta di un gruppo, spontaneamente, per volontà e sentimento degli altri, senza nulla in cambio. Il carisma non è di tutti, non equivale all’ambizione. Forse diventa importante imparare a riconoscerlo.

“Tutte le strade portano a Roma” è un detto noto. Se consideriamo “Roma” come l’obiettivo comune, allora ogni percorso può essere quello giusto. Riconoscere che la strada migliore sia quella scelta da un altro non significa perdere la propria autorità; al contrario, è un segno di umiltà e rafforza l’autorevolezza del proprio ruolo. Significa saper separare il proprio ego dalla posizione che si ricopre, diventare obiettivi.

Sia chiaro, non ho scritto che chi non ha carisma, non possa “dirigere”.

Oggi il tempo scorre veloce: affermarsi ogni giorno sembra necessario perché i social e la comunicazione viaggiano rapidamente, perché obiettivi e risultati devono essere dimostrati subito. Bisogna però ricordare che si ricopre un ruolo.

Resto convinto che la gente comune non ha bisogno dei successi del singolo per stare bene. 

Ha bisogno di sapere quando una discussione inizia e quando finisce, quando un obiettivo potrà essere raggiunto e quale impegno ciascuno dovrà mettere affinché si realizzi. Vuole, a mio avviso, anche capire quando mettere da parte le esigenze personali a favore di quelle collettive e quale contributo si può offrire.

Cittadini, dipendenti di un’azienda, pazienti in attesa in ospedale, chi vive la guerra: tutti hanno diritto ad avere certezze su come poter assolvere ai propri compiti o risolvere i problemi. A maggior ragione devono sentirsi parte di qualcosa, è fondamentale accada.

Credo che qualcosa sia cambiata negli ultimi anni nei rapporti tra le persone e chi governa, lo testimoniano le tante astensioni alle urne, la perdita di fiducia verso le istituzioni o verso il mondo del lavoro. Ci si sente e si preferisce spesso rimanere spettatori di quello che accade.

Io per esempio sono cresciuto seguendo e, poi, “guidando” insieme a persone di età diverse, cercando di lasciare un ricordo in me ed in loro. Vivevo di sogni, quelli banali, ma mi è stato detto che i sogni non servono.

Forse è per questo che sono rimasto boomer!!! In realtà ho sempre cercato di mantenere la lucidità come seconda mia possibilità.

Il potere terreno è “pro-tempore”, qualche amico ci sorrise su tempo fa quando me lo sentì dire. Occorre lasciare a tutti il proprio spazio, mantenere l’umiltà, pensare all’autorevolezza del proprio ruolo, non temere di scomparire. Tanto prima o poi, scompariremo lo stesso ma, il lustro di aver lavorato da “buon padre di famiglia”, sarà la migliore soddisfazione e sarà riconosciuta dagli altri o, se basta, anche da se stessi.

Ornella Vanoni sosteneva: “Dovremmo voler bene soprattutto a noi stessi, perché se non ci vogliamo bene, non possiamo voler bene agli altri.”

Questa frase, semplice ma profonda, è una chiamata all’introspezione, alla presa di coscienza personale come base per creare relazioni autentiche e autorevoli. Pensando alla delicatezza, alle conseguenze delle azioni che si compiono, al fatto che non si è migliori degli altri solo a dirlo.

Forse da questa consapevolezza può nascere una nuova strada.