“Che ci sia pioggia o neve… “, a tutti : Buon Natale, Buon 2026.

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Ho pensato a quante volte ho incoraggiato qualcuno durante l’anno. Per una scelta, una situazione occasionale, un racconto. Talvolta mi chiedo perché la prima risposta che mi viene in circostanze di confronto è la pacca “ideale”, il dire “ce la farai”, “devi insistere”. Poi penso andando via, “chissà come l’avrà presa”, “chissà se ha inteso che non lo dico con malizia” ma con reale vicinanza o partecipazione. Mi ricordo di un riscontro negativo, impattante, ricevuto. Non riesco a dimenticarlo e credo difficilmente lo farò.

Mi chiedo talvolta perché lo faccio, se abbia un senso, se talvolta il silenzio non fosse la soluzione migliore. In fondo, dico, se il mio istinto è questo, ben venga, ce ne fossero. D’altronde non lo faccio per giudicare anzi, al contrario per non amplificare il momento di scoraggiamento insito in una persona. Credo che le parole abbiano un peso e, siccome sono abituato a pesare tutte quelle che sento valutando provenienza e momenti, sono certo che sentire propositività aiuta certamente più che lo stare arrabbiati e in pena.

Aggiungo, forse, avrebbe avuto un peso positivo anche in me riceverle in determinati e dimenticati momenti, positivi e negativi. Sarebbero state una spinta decisiva od un sostegno, un momento di migliore godimento della realtà o di risveglio da incubi. In fondo è il nostro cervello che crea i blackout e amplifica le ansie e le emozioni.

Ma con questo non sto dicendo che sono un Santo. Ci mancherebbe. Sono però certo che, per molte cose, ho dovuto imparare ad immaginare gli scenari, immaginare come reagire, immaginare le reazioni. Siamo fatti così quelli che non abbiamo la risposta cattiva pronta e ci incattiviamo dopo. Almeno io, si.

Il 2025 è stato per me un anno di contraddizioni. Di sensazioni negative chiuse in positivo, di prospettive incertezze trasformate in sorrisi e al contempo di situazioni rimaste ancora irrisolte, avanzate magari lentamente, di sollievi che solo i sorrisi dei bambini sanno regalarti (che belli, quanti sono diventati). Insieme a momenti di…grrr, ovviamente.

Ma vedo che il mondo non va meglio.

Leggo su internet che ci sono 56 conflitti attivi, 305 milioni di persone in emergenza umanitaria e una frammentazione globale che ha reso ogni crisi più profonda, sempre più irreversibile.

Eppure, si parlava di Agenda 2030, di abolizione della povertà. Da come vedo le cose, non mi sento populista a dire che si aboliranno i poveri quanto prima.  Conosciamo Kiev e Gaza, perché sono di là dalla nostra porta a rischio contatto, ma tanti altri Stati vivono conflitti interni (Sudan, Yemen, Myanmar, etc). Sinonimo di sofferenza quotidiana per milioni di civili. Quanti bambini soffrono la fame a causa delle guerre. ​

Le difficoltà non vivono solo nei titoli dei giornali.

Vivono nelle case, nelle famiglie, nei silenzi di chi fa fatica e non lo dice. Nelle discriminazioni che nascono mentre si inventano norme per altre discriminazioni. Norme che non sono cura, ma elemento di divisività ulteriore. Vivono in chi ha perso sicurezze, lavoro, persone care, in chi non ha la certezza di riuscire a fare un semplice esame medico.

Quale Governo dice una parola di conforto, vera, sentita. L’interesse appare quello di ricercare lo slogan adatto ad impressionare i seguaci, provocare gli avversi affinché possano schiararsi contro i seguaci e viceversa. Alla fine, tutti hanno torto, tutti hanno ragione, ma la verità non la conosce nessuno e, aggiungo purtroppo, neanche le carte la raccontano in maniera chiara.

Tanto più che i “titoli di studio” che tanto oggi fanno discutere di competenza, sono diventati a mio avviso solo delle maschere dietro cui si trincera la burocrazia per distribuire e compensare. Un titolo di studio a mio avviso non è uguaglianza sociale, non è meritocrazia, non è miglioramento della collettività se non è messo al servizio della stessa, se non è in grado di rendere obiettività, se rende solo fanatismo.

Non sto dicendo che è meglio non averli. Credo sia importante, secondo proprie possibilità, un livello adeguato di cultura. Altresì creare le condizioni per un impatto, un confronto composto, utile a far comprendere a tutti e non ad indottrinare.

D’altronde è un’epoca in cui imperano i decreti e le scelte buttate lì, spesso accuratamente nascosti dietro al gossip, reale o procurato, o ad una slide, in una Repubblica in cui i Consessi e le istituzioni appaiono avere solo un significato personale. In cui è sufficiente il ruolo, condito da accurata superiorità, a fare la differenza a sentire (e avere) l’impunità.

Il 2025, a mio avviso, ha acuito il cinismo. Il cinismo, a mio avviso, rende asettiche le persone e la società.

Tra una “canzoncina” ed una “canzone”, queste le definizioni delle mie comandanti quando siamo in macchina per definire gli ascolti durante gli spostamenti, mi sono soffermato, casualmente, sul brano “Per te” di Ernia. Casualmente perché, fortuna vuole, a meno di addormentamenti congiunti si parla sempre in compagnia ed in coro (mentre qualcuno guida e la musica diventa fuori tempo).

Credo che sia l’invito più rivoluzionario possibile di questi ultimi periodi e ci ho tenuto tanto a metterlo in chiosa a queste due righe, come augurio per queste festività e per l’anno che sta arrivando.

In un tempo che chiede sempre di più: resistere, produrre, dare, sostenere, cosa resta quando ci si svuota? Prendersi cura di sé non è sottrarsi agli altri, è ricaricare quella batteria che permette di continuare a tendere la mano senza spezzarsi.

Abbiamo, tutti il diritto ad un incoraggiamento e ad una incitazione positiva, senza giudizi e senza pregiudizi. Abbiamo tutti il diritto ad incoraggiarci ed a godere delle cose che siamo stati in grado di realizzare, farlo per noi stessi. Abbiamo tutti il diritto di dire “sono stanco”, come atto di coraggio e non di celebrazione e di normalizzazione.

Chi va “avanti sempre” non è per forza un Dio, non è per forza il migliore. Magari semplicemente il più scaltro in quel momento, ma non necessariamente sta pensando al “tuo” futuro, anche se è apparentemente lì dedicato.

Per questo chiudo col mio augurio, affinché queste feste portino tregua a chi è sfinito, a chi resiste in silenzio, a chi ha bisogno di sentirsi meno solo.

Affinché ognuno di noi abbiamo la possibilità di fermarci a farci una domanda, che non riguarda se semplicemente sto operando bene o, come mi viene sorridendo , “si vede il marsupio?”.

Sto pensando agli altri, cosa lascio dopo? Cosa serve?

Non è retorica: qualcosa serve in questo mondo volutamente diviso tra “pagatori di tasse” ed “evasori”, tra chi ha “i diritti acquisiti” e chi “campa cavallo”. Servono certezze e la possibilità di un sorriso, un confronto. La verità (quella vera) e la libertà. Essere liberi, come i bambini. Essere monelli, vispi e incorreggibili, ma sinceri.

Un messaggio alla politica, a chi fa politica, (chi sognerebbe di farla difficilmente la potrà fare a furia di tagli improvvidi e populisti degli ultimi tempi).

In Italia, manca il 15% di elettori all’appello. Questi non sono né di destra, né di sinistra e né di centro. Chi può e sa si faccia da parte o, meglio, dico, si metta al servizio, favorisca. Diversamente, l’altro giorno ho detto ad un amico, siamo “andati”.

“Che ci sia pioggia o neve… “, a tutti : Buon Natale, Buon 2026.