Circa 27 milioni di persone (cui si aggiungono i circa 470.000 residenti all’Estero) hanno votato nella tornata referendaria dello scorso 22 e 23 marzo tra i residenti aventi diritto, pari al 58,9%. E’ stato un risultato storico considerando il vistoso calo di affluenza alle partecipazioni al voto (di natura elettiva o referendaria) che si registra in particolare a partire dal 2008, in generale dalla fine della Prima Repubblica.
Il calo ha toccato il suo minimo storico alle politiche del 63.9% nel 2022 mentre, se guardiamo alla partecipazione referendaria, a partire dagli anni 2000 si toccano punte minime inferiori al 30/40 % nei referendum abrogativi. In quelli affermativi(costituzionali) si è arrivati fino al minimo del 51% (taglio dei parlamentari nel 2020), mantenendo voti più sostenuti ma vistosamente distanti.
Se fino ad ora abbiamo parlato di candidati o quesiti poco prossimi all’elettore, possiamo analizzare un analogo trend negativo per le consultazioni Regionali, dove l’elettore è certamente più partecipe e coinvolto nelle dinamiche della vita quotidiana. Nelle regionali 2025 (Veneto, Puglia, Campania, Toscana, Marche, Calabria) l’affluenza media è stata intorno al 44‑45%, con un calo di circa 12‑16 punti percentuali rispetto al 2020.
Scendendo ai comuni analoga situazione, con maggiori incidenze di calo nelle grandi città (55/60 %) e minore impatto nelle realtà più piccole, ma sempre con numeri sempre più bassi.
I picchi negli anni 90 in queste ultime due fattispecie giravano nell’ordine dell’80%.
Con la fine della Prima Repubblica si sono sciolti i partiti storici ed identitari (PCI, DC, PSI, etc) che erano molto radicati nel territorio con sezioni, circoli, comizi che attaccavano le Istituzioni alla gente.
La nascita delle nuove bandiere basate sul cosiddetto bipolarismo, col nuovo modo di comunicare delle rappresentanze sempre più proiettate sulla narrazione piuttosto che sull’idea, sulla comunicazione social anziché la presenza sul territorio, ha centralizzato la gestione del potere gradualmente. Anzi, direi esponenzialmente, facendo percepire nel cittadino, oltre che il distacco fisico, anche il distacco emotivo.
D’altronde la politica, che prima era fatta di pensieri raccontati quotidianamente ed entrava facilmente nella mente delle persone che si sentivano protette, certe e, a loro modo, orgogliose di avere un rappresentante nel loro piccolo circolo di paese, si sono trovati con slogan, messaggi incoerenti e ridonanti. Ma voglio anche essere attento a non santificare questo periodo storico.
Si è passati quindi: prima attraverso una fase di populismo, guidato da una società di comunicazione(!), che ha coinvolto in massa la gente, dove è stato forse troppo banalizzato il valore istituzionale della complessità politica spostando il focus impropriamente sulla questione morale; di conseguenza nella disaffezione, accentuata dalla perdita di efficienza dei servizi dello Stato( vedi Sanità, istruzione, trasporti) e dell’aumento della complessità della vita, quando, concretamente e come nelle migliori famiglie, ci si è accorti che la gestione del pubblico ha bisogno di strategie mirate e pensate al lungo periodo.
Diminuzione dei posti di lavoro, un’Italia impreparata al cambio di passo del mondo del lavoro, minore capacità di spesa, ritorno all’emigrazione, mancate politiche dirette ai giovani, gestione dell’immigrazione, un Mezzogiorno abbandonato a sé stesso, aumento delle diseguaglianze, politiche europee non decollate. Tutto incide quotidianamente sull’equilibrio emozionale del cittadino, che non si sente più rappresentato e sempre più incapace di pensare oltre alla propria fine del mese, nella migliore delle ipotesi.
Penso che la definizione sia corretta quando al voto non si presenta oltre la metà degli aventi diritto e per molte consultazioni di seguito.
A mio avviso tale condizione ha raggiunto la sua fase acuta dal 2017 in poi, con l’avvio di un nuovo modo di operare, le riforme sviluppate sull’accaduto, a sensazione. Modo che ha allontanato dalla partecipazione, gli ultimi che ancora potevano crederci: gli Xennial e i Millennials.
Riforme che hanno solo alimentato il senso di frustrazione e rabbia nella loro(nostra) testa e sempre meno la voglia di contribuire alla discussione. Per il senso in cui sono state proposte, poi in molti altri casi, per il modo.
La “Safety & security” del 2017 dell’allora Prefetto Piantedosi, nata dopo i fatti di Piazza San Carlo di Torino, ha irrigidito la fantasia delle Associazioni di volontariato, con gia’ piccole forze, di proporre iniziative per vivere il tempo libero sul territorio.
La riforma elettorale Rosatellum bis del 2017 ha ridotto l’accesso elettorale dei piccoli partiti alla vita politica.
L’illusione per eccellenza del taglio dei parlamentari come riduzione delle spese della politica, passata dal referendum costituzionale affermativo del 2020, dove comunque ha partecipato poco più del 50% degli elettori. Una riforma parziale e non strutturale, che non ha toccato il vero cuore del sistema di potere. Ridurre il numero di Parlamentari significa accentrare le rappresentanze ed aumentare la distanza tra cittadino e istituzione. Ha favorito il sostenimento di una classe di potere sempre più chiusa e autoreferenziale e di una classe di popolo che si sente sempre più esclusa, disorientata e lontana dal senso stesso della rappresentanza.
La Riforma del sistema sanitario e servizi pubblici che, con l’apparente obiettivo di efficientare e ridurre i costi, ha ridotto il personale e concentrato(diradato) i servizi, allontanando il cittadino dalla possibilità di risolvere la propria esigenza di Salute nel pubblico e orientandolo verso il privato, a proprie spese.
L’introduzione del Reddito di Cittadinanza, non gestito adeguatamente con l’efficientamento dei centri per l’impiego, aumentando di fatto incertezza e precarietà sulle politiche sociali.
Aggiungo, forse, l’assenza di un vero piano per gestire la progressiva incidenza crescente della Riforma Fornero (2011) sulle pensioni, che costringe molti lavoratori, soprattutto quelli intermedi, a vivere con l’angoscia di un ritiro obbligatorio intorno ai 70 anni; ne faccio parte anch’io. Questo fenomeno viene spesso collegato, anche se io non ne sono convinto pienamente, al mancato successo del Jobs Act (2014), che ha introdotto la percezione di una maggiore precarietà per i lavoratori. Ma rimanendo al periodo politico reputo negativa l’eliminazione dell’elezione diretta dei Consigli Provinciali, spesso comunicata come una vera abolizione delle Province, poi ridefinite come “Aree Vaste” pur continuando a esistere come enti di secondo livello, lo vediamo per le nostre strade provinciali banalmente senza aggiungere commenti. Forse i pensieri potevano essere diversi se si doveva risparmiare qualcosa.
Poi tutte le incertezze che dal COVID in poi hanno minato prima l’equilibrio anche psichico dei cittadini, quindi il livello sociale. Con questa mentalità diffusa del “bonus” come soluzione a tutto, che rende soddisfatto e popolare chi lo concede ma lascia più incerti coloro che lo ricevono.
Aggiungerei anche i continui disequilibri mondiali e la sensazione di un’Europa che non è mai realmente decollata, in una carrellata di eventi – crisi, pandemie, disuguaglianze, instabilità – che hanno logorato la fiducia nei cittadini molto più di quanto abbiano mai rassicurato.
Potrei aggiungere tanta altra roba ma vado alla chiosa su questa parte con un ultimo, dovuto, affondo.
Se la Prima Repubblica ha sciolto i partiti, molti dei i rappresentanti dell’epoca sono ancora lì sotto le nuove cambiando spesso formazione, smarrendo la fiducia acquisita nei cittadini. Non è stato favorito il ricambio generazionale, non è stata alimentata la fiammella della gente, anzi da essa si sono allontanati.
Se da un lato mi sono sempre sentito dire dagli amici dell’ambiente che il costo di una sede di sezione è troppo elevato e difficilmente sostenibile (argomento in parte vero, ma che dipende anche da quante persone realmente partecipano), dall’altro sono convinto che l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (2013), presentata come un taglio ai costi della politica, abbia in realtà ridotto la capacità della politica stessa di offrire servizi, formazione e rappresentanza ai cittadini.
Se a tutto questo si aggiunge il progressivo indebolimento economico della classe medio‑piccola, si comprende come sia stato sottratto, ad un intero Paese, quasi il 90% della sua capacità di esprimersi politicamente.
In questo modo, inevitabilmente, restano in alto solo coloro che hanno già una strada avviata o le risorse per costruirsela, mentre la maggioranza viene esclusa non per mancanza di idee, ma per mancanza di mezzi.
Vado al dunque.
Sono contento della partecipazione così elevata al referendum della scorsa settimana: molti non credevano in una partecipazione così alta, invece gli elettori hanno scelto di rispondere. Da anni sostengo che ad ogni consultazione manchi sempre almeno un 15% di partecipazione: milioni di persone che, con il loro voto, possono davvero incidere sulla vita pubblica. L’obiettivo, di noi cittadini, deve rimanere comunque i numeri più alti degli anni 2000.
Questo 15% in più ha cambiato l’esito del referendum ma puo’ farlo in qualunque consultazione, in molte di quelle recenti. È un patrimonio politico enorme costruito da persone che hanno voluto dimostrare di esistere.
La partecipazione non è solo segnale di fiducia e riconoscimento alle Istituzioni ma di adeguata pressione democratica verso chi le rappresenta. Ognuno di noi conta.
Ho sostenuto fin dall’inizio che questo referendum fosse importante perché non ruotava attorno a un leader, ma ad un principio: la Costituzione. Costituzione che non puo’ essere rispettata se si continua a lavorare senza presentare ai cittadini le relative leggi attuative, lasciando spazio a interpretazioni e tensioni inutili.
Non puo’ essere rispettata se si opera con minacce o contrapposizioni. Non puo’ essere rispettata se la sua modifica si fa prevalentemente con la rievocazione delle volontà di persone che non ci sono più e che hanno lasciato scritta la loro storia, con scelte che sembravano più funzionali a equilibri interni che al bene comune. Credo inoltre che molte battaglie di oggi non riguardano la vera libertà, ma spesso il liberismo che dagli anni ’80 ha iniziato a erodere il tessuto sociale costruito nel dopoguerra.
A maggior ragione reputo il “NO” abbia avuto ripercussioni su tutto il mondo politico: la Destra, convinta di farcela a mani basse, ne esce indebolita e probabilmente rivedrà (sta rivedendo) il proprio assetto; la Sinistra, pur schierata per il “NO”, non è riuscita a offrire una visione unitaria né a spiegare perché “non era il momento”, ma non parli ancora di primarie.
In un mondo che corre veloce, serve uno Stato pragmatico, istituzionale, capace di leggere le nuove disuguaglianze e di dare priorità reali. Inoltre serve trasparenza: quali benefici hanno prodotto i tagli alle funzioni dello Stato? Dove sono finiti i risparmi? Perché i giovani continuano a lasciare il Paese? Perché il merito è ancora ostacolato?
Il “NO” è stato un messaggio chiaro della gente libera: esistiamo, vogliamo essere ascoltati, vogliamo contare.
Finché potremo scegliere tra il SI e il NO, per una riforma, per un principio, perfino per una scelta minima saremo veramente liberi.
La libertà si esercita partecipando.
